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Scenografia interattiva site-specific realizzata in occasione dell’ XI Giornata del Contemporaneo promossa dall’AMACI, il 10 ottobre 2015, inserita all'interno della mostra "In hoc signo", collettiva di artisti promossa da Roberto Bilotti Ruggi d'Aragona.

L'installazione è composta da una superficie calpestabile di abiti e stracci, simbolo dei migranti, che come un'onda è destinata ad infrangersi contro il muro dell'indifferenza dell'Europa; rumori sinistri e suoni spezzati accompagnano il viaggio del pubblico, costretto a schiacciare gli stracci per poter procedere nella visita. 

Ideazione ed allestimento scenografico: Sergio Barbàra.
Paesaggio sonoro e scenotecnica: Mattia Pirandello.

Un’antica leggenda araba narra di un immenso tesoro (il Banco di Disisa) nascosto da un ricco saraceno in una grotta nel Feudo di Disisa, nei pressi di Grisì, in grado di far ricca l’intera Sicilia. Gli antichi raccontano che dentro questo luogo segreto è tutto uno scintillare di ori, argenti e innumerevoli altre ricchezze. Sul tesoro grava però un sortilegio: chi cercasse di portarlo via non riuscirà a trovare l’uscita fin quando non avrà lasciato ogni pezzo di esso dentro la grotta.  L’unico modo per portare via il tesoro è quello di trovare tre persone di nome Santi Turrisi, provenienti dai tre angoli dell’antico regno, sacrificare una giumenta bianca, estrarre le interiora per poi mangiarle insieme; successivamente anche i tre devono essere uccisi e finalmente il tesoro potrà essere portato alla luce.
Il doppio sacrificio, animale ed umano, costituisce il cuore del racconto: il macabro atto con cui si prelevano le interiora da una giumenta (bianca, pura come una vergine sacra) per farne pasto condiviso, è un’offerta alla terra che si imbeve di questo sangue. Sangue che torna a scorrere quando il peso dell’orrendo atto esige un’espiazione attraverso un sacrificio umano: i Santi Turrisi, da spettatori-soggetto divengono oggetto-vittima del rito. Celato allo sguardo si intuisce il legame arcaico, viscerale, fra i Siciliani e la terra, presenza viva e fortemente permeante del loro modo d’essere di leggere il mondo.

 
 

L’ ἀρχή di ogni struttura, individuale o collettiva, è nelle fondamenta. Le radici, origine di sviluppi progressivi, base solida per costruzioni ideologiche e valori morali, sono l’anello di congiunzione fra l’intima compattezza del suolo e lo slancio verso l’alto degli esseri animati. Come le piante, gli uomini sono ancorati al suolo dalle proprie radici e su di esse compiono il salto verso una verticalità incerta eppur terribilmente appagante. Essere privati di quel fondo, di quella salda terra, è un grave atto di violenza che ci espone nella nostra fragile nudità. Bramiamo la terra, stabilità in un mondo dominato dal caos.

Le Radici, strappate dal suolo, private della propria terra, vengono sacralizzate scomponendosi in tre frammenti dell’unità originaria e all’interno della Cappella dell’Incoronazione si pongono come simbolo di rinascita, essendo risorte con una nuova identità dopo la morte naturale dell’albero a causa dei parassiti che l’hanno corroso dall’interno. 

(Testo facente parte dell'opera):

 

1. MORTE

Caduto nel tranello della vita, sono morto. Intorno a me, tutto cresce e si rinnova. Sono giunto all’ultimo stadio del mio esistere: scheletro inerte, i nemici si spartiscono le mie membra senza linfa.

 

2. RIFLESSIONE

Il cancro che mi infetta scaturisce dalle profondità della solida terra. Qualcosa nel processo si è incrinato, lasciando che un male incurabile corrompesse l’intero corpo. E’ giunto il tempo di riaprire la ferita, scavare all’interno, scoprire gli intimi nessi: dolore necessario alla conoscenza.

3. SEPARAZIONE

Ho scelto la via del distacco, l’abbandono della terra natia. Frammenti di me si disperdono su lidi sconosciuti, in mezzo a folle che non parlano la mia lingua. Dov’è la mia terra?

4. RIVELAZIONE

Dopo innumerevoli fallimenti, ho infine ritrovato la mia intima natura. Scolpendo nuovamente me stesso, ho dato nuova forma alla mia essenza. Uno ed insieme trino, la mia forza è nelle radici.

 

5. RINASCITA

Come fenice rinasco dalle mie ceneri. Sotto una nuova pelle mi affaccio innanzi alle sfide del presente. Artefice della mia resurrezione, consegno la mia storia all’uomo: la terra scorre sotto i piedi e lentamente scivola via; le radici lottano incessantemente per riconquistarla.

 

  • L'opera è stata inoltre esposta all'interno della mostra "Il fortino libraio" in occasione della manifestazione "La Via dei Librai" nei giorni 23 e 24 Aprile 2016 presso Palazzo Gaetani di Bastiglia.

Proseguendo sul tema delle radici, oggetto della precedente scultura Roots. Where’s my land?, Sergio Barbàra tenta un approccio dal respiro maggiormente universale, in sintonia con il tema della creazione che anima la BIAS 2016. La suggestione che anima l’opera ha origine dal caso specifico rappresentato da un vegetale ampiamente diffuso nel territorio siciliano, introdotto nel corso dell'"800 a fini squisitamente ornamentali: il Ficus macrophylla sub. columnaris. La peculiarità di questo albero è costituita dalle sue radici aeree colonnari, che dagli alti rami discendono fino al suolo, tramutandosi in tronchi supplementari che aumentano la stabilità dell’intera struttura. Il movimento discendente delle radici del Ficus diviene simbolo del primo atto di creazione voluto da Allah, che con la sua potenza discende sulla materia inerte imprimendole una forma. La creazione è una continua rigenerazione, un continuo disfarsi e riplasmarsi della materia secondo un ordine che ridefinisce continuamente i propri contorni ma non perde mai di vista il proprio progetto, cioè la struttura vitale che lega tutto in un universo.

Le foto ritraggono alcuni esemplari secolari di Ficus macrophylla sub. columnaris situati presso l’Orto Botanico di Palermo, una delle strutture più antiche d’Europa. Il disegno è contrassegnato dalla parola araba خلق (“creazione”), collocata all’interno di una conchiglia, simbolo di rinascita, da cui si dipanano le forme embrionali del creato. La scultura in argilla e cera simboleggia il punto di incontro della forma con la materia, l’ibrida zona in cui si congiungono e si confondono le due realtà complementari. 

HUG è un gigante antropomorfo che risorge dalle viscere della terra nei momenti di crisi, quando gli uomini sono resi ciechi dall’odio e innalzano barriere contro i propri fratelli. 
Hug è composto di abiti e stracci consunti, simbolo delle vittime dell’indifferenza dell’Europa dinanzi alla tragedia delle migliaia di morti nel Mediterraneo. Esse sono la linfa che anima il gigante, che si erge da una delle estremità della Sicilia, ponte per le genti che cercano faticosamente di raggiungere il benessere del nord Europa.
Il gesto di Hug è un enorme abbraccio rivolto al Mediterraneo e al mondo intero, affinché si apra all’altro e riscopra il valore dell’accoglienza.

Se di questo mondo, che un po' pare stanco, nonostante continuamente violento, qualcosa da raccontare è rimasto, la sua lenta dissoluzione, per la meta di un nuovo e identico ciclo, costruisce un'atmosfera scenica (che è quella che stiamo vivendo, chiamandola contemporaneità) in cui il desiderio di abbracciare approdi ha quasi una malinconica tenerezza intorno. E l'abbraccio, nel suo incastro, è un momento, nel tempo, che ritaglia qualcosa di maggiormente definito rispetto al largo, donando unità aggiunta a qualcosa di tanto ben vivibile da non voler ritornare nel flusso dei ticchettii: i quali, onomatopeicamente, sono forbici che, tranciando, dividono. Far qualcosa? Come sempre, sì, dall'arte giunge la risposta. Che non è imposizione di regole da eseguire, ma elemento di solitaria riflessione (di distrazione, se ti va) per silenti occasioni. Dati questi ingredienti, la semplice forma: un'altura sul Mar Mediterraneo; le anime di donne e uomini in viaggio che esso tiene nei fondali, insieme ai frammenti dei barconi; un giovane artista; la sua intuizione. Ed ecco che ne viene fuori una scultura di sei metri, antropomorfa, con le braccia rivolte al sud del mondo... Ancora: stanco e violento, in lenta dissoluzione. "Il luogo mi ha ispirato un'opera che fosse non soltanto siciliana, ma che potesse abbracciare lo spazio del mare, luogo di incontro fra genti e culture diverse", afferma Sergio Barbàra, artista palermitano. "Il punto sopraelevato inoltre mi ha indirizzato verso qualcosa di monumentale, perché era mia intenzione attrarre lo sguardo dei bagnanti, dei turisti, cioè di coloro che sono distratti rispetto a certe tematiche. La forma insolita doveva trainare un significato attualissimo e di per sé pesante da digerire, specie in quei luoghi dove ci si reca per dimenticare i problemi della quotidianeità". "The great hug", installato presso il Parco White Wall di Realmonte, ideato da Giuseppe Alletto, è un gigante smagrito, vestito di stracci e buoni sentimenti. Vedetta dell'orizzonte, carezzato dal vento, con la sua presenza silenziosa suggerisce un metodo semplice per risolvere, con le parole di Barbàra, "periodi di crisi e problemi travisati. Il gesto che compie Hug è del tutto simile a quello del Cristo Pantocratore delle chiese normanne in stile bizantino, per esempio il Duomo di Monreale: così come esso abbraccia il catino absidale e quindi l'universo, Hug distende i suoi arti per comprendere l'umanità nella sua diversità. L'abbraccio è stato disegnato per abbracciare idealmente un enorme disco solare, simbolo di unità e tensione trascendentale".

Scrive il critico Dario Orphée su "The Great HUG":

"The Great HUG" affacciato sul mar Mediterraneo. In basso a sinistra, la Scala dei Turchi con la sua caratteristica marna bianca.

 

Il mutamento è la condizione essenziale di ogni sistema organico, sociale, culturale. Qualsiasi processo poggia le proprie fondamenta sulle ceneri di un passato che non scompare mai: una civiltà costruisce sé stessa a partire dal decadimento della precedente, dalla quale tuttavia trae numerosi elementi per rimodellarsi e maturare autonomamente. Nascita, crescita fino ad un culmine, declino e morte sono passaggi fondamentali della vita vegetale ed animale. La materia si disfa, scomponendosi e rimodellandosi fino a divenire altro. Tutte le potenzialità in essa intrinseche trovano espressione nel momento in cui si creano le condizioni ambientali favorevoli.

L’esistenza è fatta di continue TRANSIZIONI:

CARBONE, residuo di qualcosa che è stato e che è giunto al suo logoramento, ma anche risorsa per rendere fertile il luogo che accoglierà una nuova vita;


SALE, metafora di purificazione, ma anche di radicale obliterazione;


TERRA, base della vita, luogo nel quale innestare le radici e costruire nuove realtà.
 

Al termine dell’esposizione, l’ulivo sarà destinato alla chiusura del precedente progetto ROOTS. Where’s my land? (Cappella dell’Incoronazione, Museo RISO, marzo 2016, in occasione della mostra ORIGINI di Dimora OZ): l’ulivo secolare morto e reso in quell’occasione opera d’arte verrà sostituito, nel luogo d’origine, dal nuovo albero.

 

  O C U L U M è un'installazione che reinterpreta uno degli attributi di Allah: "Al-Fattâh" ovvero “Colui che Apre". Nella religione islamica Allah è qualificato come Colui che con la sua volontà e la sua potenza dischiude tutto ciò che è chiuso, dissipa le avversità e soccorre l'uomo nei momenti critici; Egli «possiede le chiavi dell'invisibile, che solo Lui conosce» (Sura 6, versetto 59). Nel fare ciò Egli offre all'uomo la possibilità di percorrere sentieri nuovi, affrontare un problema da più angolazioni, esplorare la profondità del mondo cogliendone l'intima essenza. Dunque, parafrasando il testo sacro, si schiude all'uomo una grande possibilità ermeneutica e gnoseologica, che permette di andare oltre l'oscurità ed esplorare altri mondi possibili.

  O C U L U M è un ponte verso una realtà altra, un occhio sull'ignoto, un varco aperto su un regno capovolto ma speculare al nostro. Una porta incerta, presente ma liquida, che permette di contemplare se stessi. 

 

L’opera è composta da un cipresso vittima di uno degli incendi di matrice dolosa che con inesorabile ciclicità devastano il paesaggio siciliano; esso è simbolo di un mondo i cui valori risultano capovolti, in cui la Natura generatrice di vita subisce l’azione distruttrice dell’uomo, al quale, nel mondo desolante da lui plasmato, non rimane che rimanere sulla soglia.